10 brani, 46 minuti

NOTE DELLA REDAZIONE

Se No Geography è l’album più audace che i Chemical Brothers hanno prodotto negli ultimi 20 anni (e lo è davvero) lo si deve in buona parte ad un rinnovato interesse di Tom Rowlands ed Ed Simons per gli anni ’90, periodo in cui hanno contribuito a ridefinire radicalmente le prospettive della musica dance inglese. Per infondere questo spirito di sperimentazione al loro nono album, i due artisti hanno riesumato i vecchi campionatori con cui hanno realizzato i primi due lavori. “Ho allestito un angolo del mio studio che ho chiamato ‘The 1997 Corner’”, spiega Tom ad Apple Music. “Era molto rudimentale, il genere di cosa che avrei fatto nella mia cameretta molto tempo fa. Questi vecchi campionatori producono un suono del tutto particolare, e i loro limiti ti stimolano a essere il più creativo possibile nell’uso dei sample e nel metterli insieme.” Un altro stimolante ritorno al passato è stato quello di proporre dal vivo musica non ancora rifinita, permettendo dunque alle canzoni di evolversi sul palco, esattamente come succedeva ai tempi di Exit Planet Dust del 1995 e di Dig Your Own Hole del 1997. Il risultato è un suono travolgente, grintoso e meditativo, che mescola breakbeat, campionature e molteplici sfumature di musica dance con un’acuta sensibilità per la psichedelia e la melodia. Tom ci guida qui nell’ascolto dell’album, traccia dopo traccia.

‘Eve of Destruction’
“Ho visto [la cantautrice alt-pop norvegese] Aurora in televisione che suonava a Glastonbury e sono rimasto colpito dalla potenza della sua voce e da quel timbro ruvido. È venuta in studio ed è stato un bel momento di ispirazione. Era aperta a valutare idee diverse nonché molto propositiva. Ha pensato a Eve of Destruction come a un personaggio vero e proprio, una dea della distruzione. Il brano comincia con una voce dissonante e, man mano che si evolve, diventa una celebrazione. La reazione alla natura inquieta e minacciosa del testo è quella di tagliare la corda, di riunirsi, di uscire a trovare un amico e stare con altre persone che la pensano allo stesso modo.”

‘Bango’
“La reazione di Aurora quando le facevo ascoltare le sue parti è stata davvero inaspettata, brillante e stimolante. Io le suonavo una cosa e lei se ne veniva fuori con parole pungenti su dinamiche relazionali sbilanciate e divinità pronte a fulminarti. Collaborare con qualcuno è emozionante quando si arriva a qualcosa a cui nessuno avrebbe potuto pensare da solo.”

‘No Geography’.
“Il sample vocale è tratto da una poesia di Michael Brownstein, un poeta di New York degli anni ’70. Vi ricordate quella serie chiamata Dial-A-Poem, in cui si poteva telefonare e chiedere che i poeti ti leggessero qualcosa? Questo pezzo vuole richiamare l’idea che le distanze geografiche fra le persone non dovrebbero ostacolarne i rapporti. Su scala più grande ci dice che in fondo siamo tutti collegati, che abbiamo tutti qualcosa in comune. In altre parole, che siamo dipendenti gli uni dagli altri.”

‘Got to Keep On’
“Dalle frizzanti parti di batteria al sample che dice ‘Got to keep on making me high’ [da ‘Dance with Me’ di Peter Brown] si arriva a questo strano episodio centrale, nato una sera che avevamo fatto tardi in studio a sperimentare le soluzioni sonore più assurde, spingendo la strumentazione al massimo, tra feedback e fischi assordanti. E quando è troppo, è quanto basta. Alla fine tutto si aggiusta e arriva un rasserenante suono di campane. Ci piace inserire nella nostra musica questi intensi elementi psichedelici che sfociano in altri più rassicuranti, ci viene naturale”.

‘Gravity Drops’
“Questo in realtà è il primo momento di respiro del disco. Ha dei ritmi pesanti, ma la musica si muove attorno, e poi ci sono dei beat molto pieni. Tutto ha origine dalla preparazione dello studio per suonarlo dal vivo: abbiamo installato tutti gli strumenti in modo da poterlo suonare come una specie di jam e poi vedere dove si arrivava. È il risultato della ricerca di quelle sezioni che ti fanno uscire di testa. E poi ci diciamo: ‘Sì, ci ha fatto proprio uscire di testa!’.”

‘The Universe Sent Me’
“Aurora l’ha resa possibile inventando queste fantastiche immagini. Dal punto di vista sonoro, ci sono un sacco di idee e di movimento. Ci sono momenti in cui si ha quasi la sensazione che il tutto sia andato troppo oltre, il modo in cui si sviluppa e poi si ritorna indietro. È un viaggio psichedelico itinerante, alla ricerca di una parola migliore.”

‘We’ve Got to Try’
“Questo pezzo mi ricorda i dischi che suonavamo al [leggendario club londinese] The Social quando abbiamo iniziato. Suonavamo parecchio soul assieme ai dischi acid più folli. Mentre lavoravamo al brano, pensavo veramente a questo. È l’idea che cercavamo di raggiungere, ma che non abbiamo mai realizzato nella nostra musica. Se questa canzone l’avessimo trovata tra le nostre raccolte di dischi, avremmo pensato: ‘Wow! Questo è il sound che vogliamo creare’.”

‘Free Yourself’
"Questo brano campiona un’altra poetessa di Dial-A-Poem, Diane di Prima. Ci piaceva l’idea di sentire quella voce in un locale notturno. È stato emozionante creare un contesto tutto nuovo per quella canzone, per darle un significato nuovo. L’abbiamo suonato molto dal vivo nel 2018, e questo ci ha fatto capire che direzione dovesse prendere. C’è anche quel tipico verso alla "Waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah"! E noi amiamo i rumori deliranti.”

‘MAH’
“In passato, probabilmente avremmo pensato che questa fosse una campionatura troppo lunga da usare [il verso ‘I’m mad as hell and I ain’t take it no more’ di El Coco da ‘I’m Mad as hell’], ma l’emozione di suonarla dal vivo e sentire come suonava dopo averci aggiunto la voce è stato un momento incredibile. Anche se non siamo il tipo di artisti troppo espliciti nel raccontare quello che sentono, il disco è stato realizzato in un’epoca in cui, ogni giorno, si dibatteva e si discuteva costantemente in tutto il Paese. Anche se stiamo parlando attraverso un sample, un sentimento di un altro tempo, quando abbiamo scritto il pezzo e messo insieme tutta questa sensazione, è stato come dire che ‘Sì, si riferisce in qualche modo a come mi sento oggi’.”

‘Catch Me I’m Falling’
“Una delle voci campionate è di Stephanie Dosen (abbiamo lavorato con lei per Further e alla colonna sonora di Hanna) da un brano degli Snowbird, che sono lei e Simon Raymonde, che suonava nei Cocteau Twins. L’altro è da ‘A Letter from Vietnam’ [di Emanuel Laskey], una canzone super emozionante del 1968. Stephanie canta in un modo diverso, in una stanza diversa, in un’epoca diversa, ma la musica che abbiamo scritto in qualche modo fonde queste due cose disparate e partorisce un nuovo significato. Ma ciò ha senso solo se il risultato alla fine è qualcosa che desideri fortemente ascoltare, qualcosa che ti emoziona.”

NOTE DELLA REDAZIONE

Se No Geography è l’album più audace che i Chemical Brothers hanno prodotto negli ultimi 20 anni (e lo è davvero) lo si deve in buona parte ad un rinnovato interesse di Tom Rowlands ed Ed Simons per gli anni ’90, periodo in cui hanno contribuito a ridefinire radicalmente le prospettive della musica dance inglese. Per infondere questo spirito di sperimentazione al loro nono album, i due artisti hanno riesumato i vecchi campionatori con cui hanno realizzato i primi due lavori. “Ho allestito un angolo del mio studio che ho chiamato ‘The 1997 Corner’”, spiega Tom ad Apple Music. “Era molto rudimentale, il genere di cosa che avrei fatto nella mia cameretta molto tempo fa. Questi vecchi campionatori producono un suono del tutto particolare, e i loro limiti ti stimolano a essere il più creativo possibile nell’uso dei sample e nel metterli insieme.” Un altro stimolante ritorno al passato è stato quello di proporre dal vivo musica non ancora rifinita, permettendo dunque alle canzoni di evolversi sul palco, esattamente come succedeva ai tempi di Exit Planet Dust del 1995 e di Dig Your Own Hole del 1997. Il risultato è un suono travolgente, grintoso e meditativo, che mescola breakbeat, campionature e molteplici sfumature di musica dance con un’acuta sensibilità per la psichedelia e la melodia. Tom ci guida qui nell’ascolto dell’album, traccia dopo traccia.

‘Eve of Destruction’
“Ho visto [la cantautrice alt-pop norvegese] Aurora in televisione che suonava a Glastonbury e sono rimasto colpito dalla potenza della sua voce e da quel timbro ruvido. È venuta in studio ed è stato un bel momento di ispirazione. Era aperta a valutare idee diverse nonché molto propositiva. Ha pensato a Eve of Destruction come a un personaggio vero e proprio, una dea della distruzione. Il brano comincia con una voce dissonante e, man mano che si evolve, diventa una celebrazione. La reazione alla natura inquieta e minacciosa del testo è quella di tagliare la corda, di riunirsi, di uscire a trovare un amico e stare con altre persone che la pensano allo stesso modo.”

‘Bango’
“La reazione di Aurora quando le facevo ascoltare le sue parti è stata davvero inaspettata, brillante e stimolante. Io le suonavo una cosa e lei se ne veniva fuori con parole pungenti su dinamiche relazionali sbilanciate e divinità pronte a fulminarti. Collaborare con qualcuno è emozionante quando si arriva a qualcosa a cui nessuno avrebbe potuto pensare da solo.”

‘No Geography’.
“Il sample vocale è tratto da una poesia di Michael Brownstein, un poeta di New York degli anni ’70. Vi ricordate quella serie chiamata Dial-A-Poem, in cui si poteva telefonare e chiedere che i poeti ti leggessero qualcosa? Questo pezzo vuole richiamare l’idea che le distanze geografiche fra le persone non dovrebbero ostacolarne i rapporti. Su scala più grande ci dice che in fondo siamo tutti collegati, che abbiamo tutti qualcosa in comune. In altre parole, che siamo dipendenti gli uni dagli altri.”

‘Got to Keep On’
“Dalle frizzanti parti di batteria al sample che dice ‘Got to keep on making me high’ [da ‘Dance with Me’ di Peter Brown] si arriva a questo strano episodio centrale, nato una sera che avevamo fatto tardi in studio a sperimentare le soluzioni sonore più assurde, spingendo la strumentazione al massimo, tra feedback e fischi assordanti. E quando è troppo, è quanto basta. Alla fine tutto si aggiusta e arriva un rasserenante suono di campane. Ci piace inserire nella nostra musica questi intensi elementi psichedelici che sfociano in altri più rassicuranti, ci viene naturale”.

‘Gravity Drops’
“Questo in realtà è il primo momento di respiro del disco. Ha dei ritmi pesanti, ma la musica si muove attorno, e poi ci sono dei beat molto pieni. Tutto ha origine dalla preparazione dello studio per suonarlo dal vivo: abbiamo installato tutti gli strumenti in modo da poterlo suonare come una specie di jam e poi vedere dove si arrivava. È il risultato della ricerca di quelle sezioni che ti fanno uscire di testa. E poi ci diciamo: ‘Sì, ci ha fatto proprio uscire di testa!’.”

‘The Universe Sent Me’
“Aurora l’ha resa possibile inventando queste fantastiche immagini. Dal punto di vista sonoro, ci sono un sacco di idee e di movimento. Ci sono momenti in cui si ha quasi la sensazione che il tutto sia andato troppo oltre, il modo in cui si sviluppa e poi si ritorna indietro. È un viaggio psichedelico itinerante, alla ricerca di una parola migliore.”

‘We’ve Got to Try’
“Questo pezzo mi ricorda i dischi che suonavamo al [leggendario club londinese] The Social quando abbiamo iniziato. Suonavamo parecchio soul assieme ai dischi acid più folli. Mentre lavoravamo al brano, pensavo veramente a questo. È l’idea che cercavamo di raggiungere, ma che non abbiamo mai realizzato nella nostra musica. Se questa canzone l’avessimo trovata tra le nostre raccolte di dischi, avremmo pensato: ‘Wow! Questo è il sound che vogliamo creare’.”

‘Free Yourself’
"Questo brano campiona un’altra poetessa di Dial-A-Poem, Diane di Prima. Ci piaceva l’idea di sentire quella voce in un locale notturno. È stato emozionante creare un contesto tutto nuovo per quella canzone, per darle un significato nuovo. L’abbiamo suonato molto dal vivo nel 2018, e questo ci ha fatto capire che direzione dovesse prendere. C’è anche quel tipico verso alla "Waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah"! E noi amiamo i rumori deliranti.”

‘MAH’
“In passato, probabilmente avremmo pensato che questa fosse una campionatura troppo lunga da usare [il verso ‘I’m mad as hell and I ain’t take it no more’ di El Coco da ‘I’m Mad as hell’], ma l’emozione di suonarla dal vivo e sentire come suonava dopo averci aggiunto la voce è stato un momento incredibile. Anche se non siamo il tipo di artisti troppo espliciti nel raccontare quello che sentono, il disco è stato realizzato in un’epoca in cui, ogni giorno, si dibatteva e si discuteva costantemente in tutto il Paese. Anche se stiamo parlando attraverso un sample, un sentimento di un altro tempo, quando abbiamo scritto il pezzo e messo insieme tutta questa sensazione, è stato come dire che ‘Sì, si riferisce in qualche modo a come mi sento oggi’.”

‘Catch Me I’m Falling’
“Una delle voci campionate è di Stephanie Dosen (abbiamo lavorato con lei per Further e alla colonna sonora di Hanna) da un brano degli Snowbird, che sono lei e Simon Raymonde, che suonava nei Cocteau Twins. L’altro è da ‘A Letter from Vietnam’ [di Emanuel Laskey], una canzone super emozionante del 1968. Stephanie canta in un modo diverso, in una stanza diversa, in un’epoca diversa, ma la musica che abbiamo scritto in qualche modo fonde queste due cose disparate e partorisce un nuovo significato. Ma ciò ha senso solo se il risultato alla fine è qualcosa che desideri fortemente ascoltare, qualcosa che ti emoziona.”

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